GLI AIUTI FINANZIARI ALLE IMPRESE NELL'AMBITO DELLE POLITICHE DI SVILUPPO.

di Anna Maria Teresa Pagnotta

Per promuovere lo sviluppo del Mezzogiorno è necessario un salto di qualità nelle politiche per lo sviluppo, tale salto è già in atto e porta il nome di <<Programmazione Negoziata>> o <<Nuova Programmazione>>.

Essa è volta a valorizzare le nuove positive tendenze della società meridionale, e non a sostenere e assistere le esigenze di tale società come in passato hanno fatto le politiche che l’hanno preceduta, perseguite dal Secondo Dopo Guerra al 1992, e caratterizzate da alcuni caratteri peculiari, quali:

      istituzione della Cassa del Mezzogiorno, volta a spostare i centri di comando dell’intervento pubblico nell’economia dalle amministrazioni ordinarie ad enti pubblici costituiti ad hoc, dando luogo ad una inconcepibile estraneità delle amministrazioni locali alla promozione e alla guida dei processi di sviluppo – inconcepibile perché sono le amministrazioni locali le principali portatrici dei bisogni del territorio ed esse sono le uniche autorità competenti ad emanare gli atti necessari per la messa in opera di interventi infra – strutturali e di strumenti di sostegno allo sviluppo imprenditoriale locale-;

      carente informazione territoriale;

      scarsa attenzione alla identificazione dei fabbisogni e delle opportunità delle diverse aree del Mezzogiorno;

      assenza di una cultura del controllo e della verifica, intesa come attenzione volta a misurare gli effetti delle politiche perseguite;

      ferraginosità delle procedure.

Gran parte di questi "difetti" ha tratto le sue origini da una tradizione amministrativa meridionale obsoleta, inadeguata ad un moderno sistema industriale e quasi del tutto priva della <<civicness>> che caratterizza le aree settentrionali del nostro paese e, in generale, tutte le aree ad un più avanzato stato di sviluppo.

Le linee portanti della "Programmazione Negoziata" sono due:

      realizzazione, riqualificazione e accelerazione degli investimenti pubblici e delle infrastrutture materiali e immateriali di qualità;

      << promozione ed incentivazione dell’integrazione territoriale, della nascita e dello sviluppo dei sistemi produttivi e non di singole, puntiformi imprese>> e inoltre la <<costruzione di strategie di addensamento sul territorio e di connessione tra i sistemi territoriali diversi, interni ed esterni all’area meridionale>> nonchè l’amplificazione dei potenziali imprenditoriali locali;

come affermato il 1° Ottobre 1998 dall’allora Ministro del Tesoro Carlo Azelio Ciampi, nell’aula della Camera dei Deputati, nel corso di un’Esposizione Economico Finanziaria.

IL DISTRETTO INDUSTRIALE

Alla luce di tali premesse una politica volta a favorire la nascita e lo sviluppo dei distretti industriali (basati sul radicamento territoriale dei sistemi imprenditoriali, sulle reti di imprese interconnesse e sulla cooperazione produttiva, nonché simbolo del capitalismo contemporaneo post- fordista) nel Mezzogiorno, appare come una delle più promettenti modalità per lo sviluppo di quest’area e per la sua trasformazione in una società moderna e sviluppata, come recentemente asserito in una ricerca sullo sviluppo locale condotta dalla Banca d’Italia e coordinata da L.F. Signorini.

Il distretto industriale è << una "entità socio-territoriale circoscritta naturalisticamente e storicamente determinata, costituita da una comunità di persone e da una popolazione di imprese industriali>> ( Becattini ) in cui, come sottolineato da Sengerberger e Pike, le relazioni fra le imprese sono determinate in funzione della suddivisione per competenze della filiera produttiva.

La legge n. 317 del 5/10/1991 comma 1 stabilisce che: << si definiscono distretti industriali le aree territoriali locali caratterizzate da una elevata concentrazione di piccole imprese, con particolare riferimento al rapporto tra la presenza delle imprese e la popolazione residente nonché alla specializzazione produttiva dell'insieme delle imprese>>.

Il comma 2 di tale legge delega alle regioni il compito di individuare i distretti industriali, queste operano sulla base degli indici dettati dal Decreto del Ministero dell’industria, del Commercio e dell’Artigianato del 23 Aprile 1993.

Di seguito sono riportate le definizioni di cinque di questi indici:

a."Indice di industrializzazione manifatturiera" del distretto: rapporto tra la quota degli addetti nell'industria considerata e la quota totale degli addetti nelle attività economiche del territorio;

b. "Densità imprenditoriale": rapporto tra le unità manifatturiere e la popolazione residente;

c."Specializzazione produttiva": rapporto tra il numero di addetti occupati in una singola attività manifatturiera e il totale degli addetti dell'industria manifatturiera dell'area;

d."Peso occupazionale" locale dell'attività specializzata: numero degli occupati nel settore di specializzazione;

e."Incidenza della Piccola Impresa": percentuale di addetti in piccole imprese operanti nel settore di specializzazione.

Nel momento in cui tali indici presentano i valori richiesti dal D.M. 23 Aprile 1993, le aree e le concentrazioni di imprese prese in considerazione possono essere definite "distretti industriali".

Tuttavia a causa della difficoltà di individuare i distretti e data la rigida schematizzazione del decreto, il concetto di distretto industriale è stato rivisto con la Legge 11 maggio 1999 n°140. L'articolo 6, comma 8, di tale legge fa rientrare la definizione di distretto industriale nel più ampio concetto di sistema produttivo locale, definito come << un contesto produttivo omogeneo, caratterizzato da una elevata concentrazione di imprese, prevalentemente di piccole e medie dimensioni, e da una peculiare organizzazione interna>>.

Naturalmente i distretti non sorgono ovunque: una pluralità di ragioni di carattere storico, sociale e istituzionale fanno si che i distretti nascano in alcuni contesti ambientali, soprattutto del Centro - Nord e non in altri, in particolare del Sud, presso i quali, a tutt’oggi, i distretti sono quasi del tutto assenti.

Una serie di fattori contribuisce, quindi, alla localizzazione in un’area dei distretti industriali. Sono di rilievo i fattori fisici,spaziali ed ambientali, i caratteri della storia locale, i sistemi urbani, le tradizioni commerciali locali, le caratteristiche dei mercati del lavoro, i valori preminenti delle comunità, il tipo di intervento pubblico, i rapporti di produzione prevalenti, la qualità delle istituzioni locali, la rappresentatività delle organizzazioni degli interessi collettivi, le subculture politiche, i milieu culturali.

I distretti tendono a localizzarsi laddove si riscontrano le maggiori possibilità per il loro successo.

La presenza di economie esterne alle imprese ma interne al territorio sollecita la formazione e lo sviluppo di apparati produttivi, con le caratteristiche dei distretti, in cui le imprese minori sono in grado di progettare e vendere prodotti con successo sul mercato mondiale.

Le comunità presenti nei luoghi di insediamento di tali sistemi contribuiscono alla loro nascita e al loro sviluppo mediante la promozione di valori e saperi volti a sostenere comportamenti cooperativi tra le imprese, tra i lavoratori, tra gli imprenditori e tra queste categorie insieme.

In questo quadro anche le istituzioni locali ( Comuni, Associazioni imprenditoriali, sindacati, università, scuole ecc. ) esercitano una particolare influenza, in quanto promotrici dei valori delle comunità locali.

Una fondamentale condizione per la nascita dei distretti industriali, tuttavia, è rappresentata dalla pre-esistenza di altre imprese: condizione ampiamente soddisfatta dalle aree centro-settentrionali della penisola, le quali presentato e hanno presentato anche in passato la maggiore concentrazione di insediamenti industriali.

Tuttavia, nonostante tutto ciò, gli studi condotti dagli economisti hanno dimostrato che non esiste un sentiero di sviluppo unitario per ciò che riguarda la nascita dei distretti.

La convinzione secondo cui i distretti industriali costituiscono una concreta possibilità per lo sviluppo del Mezzogiorno si radica nella molteplicità di studi, ricerche e interpretazioni che hanno rilevato nel distretto industriale l’emblema del successo del modello produttivo italiano, prime fra tutte le ricerche condotte dallo studioso americano Micheal Porter.

Il distretto industriale, in Italia, ha attraversato molteplici fasi e attualmente si trova ad affrontare un ulteriore momento critico.

L'origine di queste organizzazioni viene fatta risalire al decentramento produttivo degli anni ‘70, conseguenza della crisi del paradigma produttivo fordista, ma in realtà la loro affermazione e la loro diffusione era già in atto negli anni ‘60, con il trasformarsi delle imprese artigianali e familiari in organizzazioni produttive di maggiore dimensione, con il diffondersi dell'imprenditorialità, con il collegamento tra le singole unità produttive e per effetto, quindi, del processo di graduale emersione dalla spontanea e sommersa aggregazione.

Le imprese minori cominciarono ad acquisire adeguata efficienza collegandosi funzionalmente in gruppi (mediante diverse modalità: poli, distretti, filiere, costellazioni, o altre aggregazioni che - anche quando temporanee – sono poi diventate permanenti, mantenendo un’alta adattabilità).

Le attività produttive dei distretti o delle filiere interessano l'industria leggera (tessile, vestiario, abbigliamento, pelli, cuoio, calzature, prodotti per l'arredamento, meccanica) ed i loro prodotti sono scambiati nei mercati internazionali, sia per quanto riguarda l'acquisto di semilavorati quanto la vendita di prodotti finiti.

Nei primi anni ’80, tuttavia, si è avuta una crisi dei distretti industriali italiani, a fronte della quale questi hanno reagito aprendosi a rapporti formalizzati tra le varie tipologie di imprese, aggregate a "grappolo" attorno a delle imprese- guida, cresciute ad una dimensione inter – media.

La realtà dei distretti industriali nazionali, nell’ultimo decennio, si è andata conformando sull’immagine e sull’organizzazione – vincente – dell’impresa-rete: capace di mantenere flessibilità e determinare eventuali ulteriori momenti di parcellizzazione del sistema produttivo, mantenendo, inoltre, compatto e collegato il sistema di imprese, caratterizzato dai vari rapporti esistenti tra le sue diverse e disomogenee componenti.

Sulla base di ciò, il primo Rapporto Federcomin – Rur – Censis, analizzando la situazione attuale dei distretti italiani, afferma che questi per aumentare la loro efficienza, efficacia e competitività dovrebbero procedere in due direzioni:

      attuare un’ulteriore scomposizione del reticolo produttivo provvedendo a mettere in atto un’ accentuata internazionalizzazione;

      accrescere le capacità competitive, dando alla forma reticolare un’ adeguato supporto tecnologico.

In relazione a quest’ultimo punto il sopraccitato rapporto sostiene che la cosa migliore per i distretti, per migliorare le loro performances, sarebbe aprirsi ad un’innovazione legata esclusivamente all’introduzione delle tecnologie digitali: onde consentire ai distretti di trasformarsi in Digital District , operanti in un Digital Market capace di offrire una vasta gamma di servizi informatici e telematici, volti a reingegnerizzare, in modo competitivo le attività dei distretti.

Si conferma così che l'industrializzazione del Mezzogiorno non deve passare necessariamente per la realizzazione di grandi impianti (che in passato non sempre hanno dato risultati positivi), ma può avvalersi con successo anche delle piccole imprese coordinate con le nuove modalità organizzative.

I distretti italiani, sulla base del Rapporto Istat del 1997 e per come risultante dal Censimento del 1991, sono 199 e così distribuiti:

      59 sono localizzati nel Nord- Ovest;

      65 nel Nord – Est;

      60 nel Centro;

      solo 15 nel Mezzogiorno.

Tra questi ricordiamo i distretti industriali di: Ascoli Piceno, Teramo, Solofra, Altamura- Matera, Martina Franca, Barletta.

Una cosi scarsa presenza di distretti industriali nel Mezzogiorno non è dovuta alla presenza di una schiera di "nemici del distretto", anzi il Mezzogiorno presenta tutta una serie di condizioni che renderebbero favorevole l’insediamento dei distretti, infatti il Sud dispone di fattori come:

      abbondanza di forza lavoro;

      notevole disponibilità al lavoro operaio;

      flessibilità d’uso della forza lavoro.

      ampia disponibilità di aree per le industrie;

      consenso sociale all’insediamento industriale;

      assenza di conflittualità sociale;

      vasta possibilità di accedere a incentivi finanziari;

      basso costo del lavoro;

      bassa dinamica salariale;

      permeabilità all’apprendimento tecnico.

Il mancato insediamento dei distetti nel Mezzogiorno è da attribuire alle politiche di incentivazione sbagliate, condotte nel corso dell’Intervento Straordinario nel Mezzogiorno, volte all’assistenzialismo e non orientate verso i sistemi d’impresa, al territorio, alle complementarità e alle connessioni aziendali.

LA PROGRAMMAZIONE NEGOZIATA

In questo quadro si colloca la Programmazione Negoziata ed i suoi strumenti, essi infatti a differenza delle politiche dell’Intervento Straordinario costringono alla cooperazione e alla integrazione tra le imprese, e tra esse e le istituzioni locali, le organizzazioni sindacali, e la società civile.

Inoltre la Programmazione Negoziata è protesa non verso la singola impresa ma verso i sistemi integrati di imprese, guarda al territorio e non all’azienda isolata, premia le complementarietà e le connessioni inter-aziendali, tende quindi a modificare la matrice delle convenienze degli incentivi, orientando questi ultimi a favore dei gruppi di imprese e depotenziando "la via alla solitudine delle imprese", incapace di innescare meccanismi di sviluppo auto-propulsivi.

La Programmazione Negoziata si aggiunge ad altri strumenti di politica economica, al fine di coordinare l’azione dello Stato e dei poteri che influiscono sui processi di sviluppo e di raccordare la molteplicità di interessi che agiscono a diversa scala territoriale. L' obiettivo primario pertanto è non soltanto quello di generare sviluppo, bensì di creare le condizioni favorevoli per l'instaurarsi di un circuito virtuoso dello sviluppo locale in grado di autosostenersi nel tempo.
Il primo asse strategico di sviluppo del Mezzogiorno gestito dal ministero del Tesoro, Bilancio e Programmazione Economica ha riguardato la promozione di sistemi locali attraverso la cooperazione di imprese, enti locali, associazioni industriali, banche, per il conseguimento di due obiettivi: 

1. Realizzare investimenti produttivi, infrastrutturali e di servizio integrati;

2. Concertare accordi contrattuali di lavoro, creditizi, di fornitura e relazioni fiduciarie che favoriscano lo sviluppo.

Gli strumenti della programmazione negoziata sono denotati da un'elevata complessità legata anche alla molteplicità di soggetti pubblici e privati chiamati a interagire per convergere su un piano organico e strutturato di sviluppo socio-economico del territorio, questi sono:

      il Contratto di Programma;

      il Contratto d’area;

      l’Intesa Istituzionale di Programma;

      l’Accordo di Programma Quadro;

      il Patto Territoriale.

Occorre tuttavia sottolineare, a scanso di equivoci, che gli strumenti della Programmazione Negoziata, benché pensati per il Mezzogiorno, hanno trovato applicazione su tutto il territorio nazionale.

Nelle righe successive si procederà a dare una breve descrizione di questi strumenti.
Il Contratto di Programma è il contratto stipulato tra l’amministrazione statale competente, le grandi imprese, i consorzi di medie e piccole imprese e le rappresentanze di distretti industriali per la realizzazione di interventi oggetto di programmazione negoziata. Il contratto di programma è uno strumento di grande potenza con cui l'Amministrazione centrale può promuovere, attraverso l'erogazione di capitali a fondo perduto, gli investimenti nel Mezzogiorno. E' con questo strumento che sono stati realizzati gli investimenti della Fiat a Melfi e a Cassino, della SGS Thomson a Catania, della Texas ad Avezzano, della Natuzzi a Bari, della Barilla a Foggia e a Melfi e della Getrag a Bari, dell’Olivetti a Napoli. Si tratta in tutti i casi di investimenti che hanno profondamente alterato in modo positivo il quadro di convenienza dei sistemi locali prescelti e che hanno dischiuso opportunità non ancora pienamente sfruttate.

Il Contratto d’area è lo strumento operativo, concordato tra le amministrazioni, anche locali, le rappresentanze dei lavoratori e dei datori di lavoro, nonché eventuali altri soggetti interessati, per la realizzazione delle azioni finalizzate ad accelerare lo sviluppo e la creazione di una nuova occupazione in territori circoscritti, nell’ambito delle aree di crisi indicate dal Presidente del Consiglio dei ministri, su proposta del ministro del Bilancio e della Programmazione Economica, sentito il parere delle competenti Commissioni parlamentari, delle aree di sviluppo industriale e dei nuclei di industrializzazione situati nei territori di cui all’obiettivo 1 del Regolamento CEE n. 2052/88, nonché delle aree industrializzate realizzate a norma dell’art.32 della L.219 del 14 maggio 1981, che presentino requisiti di più rapida attivazione di investimenti, di disponibilità di aree attrezzate e di risorse private o derivanti da interventi normativi. L’Intesa Istituzionale di Programma, già prevista dalla L.142/90, è un accordo tra amministrazione centrale, regionale o delle province autonome con cui tali soggetti si impegnano a collaborare sulla base: di una ricognizione programmatica delle risorse finanziarie disponibili, di una effettiva presenza di soggetti imprenditoriali interessati e delle procedure amministrative occorrenti, per la realizzazione di un piano pluriennale di interventi d'interesse comune o funzionalmente collegati. L'Intesa istituzionale di programma dunque è lo strumento con il quale sono stabiliti tra il Governo e la Giunta di ciascuna regione o provincia autonoma gli obiettivi da conseguire ed i settori nei quali è indispensabile l'azione congiunta. La normativa non indica espressamente chi debba essere il soggetto istituzionale promotore dell'intesa, ma di fatto individua nelle regioni e nelle province autonome gli attivatori del processo. L'individuazione degli obiettivi guida e determina il processo di costituzione di una intesa istituzionale di programma, costituisce il suo elemento propulsivo e conferisce ad essa caratteri di credibilità e affidabilità anche per gli investitori privati. Ogni Intesa deve specificare, con riferimento ad un arco temporale triennale: 
a.i programmi di intervento nei settori di interesse comune; 
b.gli accordi di programma quadro da stipulare, che coinvolgeranno tutti i soggetti pubblici e privati interessati; 
c.i criteri i tempi e i modi per la sottoscrizione dei singoli accordi di programma quadro; 
d.le modalità di periodica verifica e di aggiornamento degli obiettivi generali e degli strumenti attuativi dell'Intesa da parte dei soggetti sottoscrittori, che a tal fine danno vita ad un apposito Comitato di gestione.  Prima della stipula di una intesa istituzionale di programma, al ministero del Tesoro, Bilancio e della Programmazione Economica è affidata la responsabilità di una ricognizione degli interventi e delle risorse pubbliche (Stato, regioni, province e comuni interessati) nonché delle risorse comunitarie e di ogni altra fonte pubblica e privata attuabile sugli interventi individuati.

L’ Accordo di Programma Quadro è un accordo con Enti locali ed altri soggetti pubblici e privati promosso dall'Amministrazione centrale, regionale o delle province autonome, in attuazione di un'intesa istituzionale di programma per la definizione di un programma esecutivo di interventi di interesse comune o funzionalmente collegati. Gli accordi di programma quadro sono promossi dall' Amministrazione centrale, regionale o delle province autonome e, attraverso un processo di negoziazione, coinvolgono altri soggetti pubblici e privati interessati. 
Essi devono contenere:

      le attività e gli interventi da realizzare, con i relativi tempi e modalità di attuazione e con i termini ridotti per gli adempimenti previsti;

      i soggetti responsabili dell'attuazione delle singole attività ed interventi;

      gli eventuali accordi di programma che coinvolgano i comuni interessati (articolo 27, L.142/90);

      le eventuali conferenze di servizi o convenzioni necessarie per l'attuazione dell'accordo;

      gli impegni di ciascun soggetto, nonché del soggetto cui competono poteri sostitutivi in caso di inerzie, ritardi o inadempienze;

      i procedimenti di conciliazione o definizione di conflitti tra i soggetti partecipanti all'accordo;

      le risorse finanziarie occorrenti per le diverse tipologie di intervento, a valere sugli stanziamenti pubblici o anche reperite tramite finanziamenti privati;

      le procedure ed i soggetti responsabili per il monitoraggio dei risultati.

L'accordo di programma quadro è vincolante per tutti i soggetti che vi partecipano (articolo 2 comma 203, lettera c), L.662/96). E' importante sottolineare che, limitatamente alle zone interessate da contratto d'area, gli atti di esecuzione dell'accordo di programma quadro possono derogare dalle norme ordinarie di amministrazione e contabilità (salvo alcune limitazioni).
Inoltre, sempre limitatamente ai Contratti d'area, determinazioni congiunte adottate dai soggetti pubblici interessati possono comportare alcuni effetti di variazione degli strumenti urbanistici. Il Patto Territoriale è senz’altro tra i più importanti strumenti di politica economica per lo sviluppo locale della Programmazione Negoziata, e tra le molteplici definizioni che sono state adottate per definirlo ci si riferisce solo alla seguente<<accordo tra soggetti pubblici e privati per l'individuazione, ai fini di una realizzazione coordinata, di interventi di diversa natura finalizzati alla promozione dello sviluppo locale nelle aree depresse del territorio nazionale, in linea con gli obiettivi e gli indirizzi allo scopo definiti nel quadro comunitario di sostegno approvato dalla commissione della U.E. (C 94) 1835 del 29.7.94)>> (art.7 del D.L. n. 341/95). Tutti gli strumenti della programmazione negoziata prevedono l’attivazione di alcuni soggetti per la concertazione sugli obiettivi di sviluppo che si vogliono dare al territorio conservandone vocazioni produttive e proprie specificità.
In particolare le categorie delle cosiddette forze sociali che vengono coinvolte sono le seguenti:

      Amministrazioni comunali ed Enti pubblici locali; 

      Associazioni imprenditoriali e di categoria; 

      Organizzazioni sindacali;

      Istituti di credito e finanziari.

Quindi, come già precedentemente affermato, le politiche di intervento straordinario nel Mezzogiorno non sono state in grado di innescare un processo di sviluppo significativo, in quanto caratterizzate: da interventi mirati ma calati dall'alto, mai volti a tenere conto delle caratteristiche e delle specificità del territorio, e molto spesso determinanti "fratture" tra il contesto socio-economico preesistente e il nuovo assetto imposto.

Tuttavia gli strumenti della Programmazione Negoziata, come risulta dalla precedente breve trattazione, benché promotori dei sistemi locali, si caratterizzano per un’elevata complessità, una notevole incertezza per ciò che concerne i tempi e le risorse finanziarie, una grande quantità di soggetti coinvolti e una certa lungaggine negli iter procedurali.

Pertanto le autorità competenti nell’ottica del conseguimento dello sviluppo del Sud, onde evitare i tempi biblici prospettati dagli strumenti della Programmazione Negoziata e snellire gli iter procedurali coinvolgendo direttamente le imprese, hanno assunto altri importanti provvedimenti ed elaborato altri significativi strumenti.

In tale citare la L . 488/92 la quale ha segnato la definitiva chiusura dell’Intervento Straordinario nel Mezzogiorno e ha consentito la ripresa delle agevolazioni per progetti di investimento nelle aree a ritardo di sviluppo, e la L .104/95 la quale ha regolamentato la Programmazione Negoziata per "coordinare i programmi di investimento e di sviluppo dando agli interventi un carattere organico e garantendo certezza e rapidità nei percorsi decisionali che coinvolgono più soggetti istituzionali o soggetti pubblici o privati" (M. Sai, 1997).

LA LEGGE 488

Particolare attenzione, a questo punto, merita la Legge 488 del 1992.

La Legge 488 si presenta come lo strumento attraverso cui il Ministero dell’Industria distribuisce alle aziende italiane la gran parte (circa il 50%) di quelli che comunemente vengono definiti "contributi a fondo perduto", erogati a fronte di investimenti in tre settori:Industria, servizi ed edilizia; Turismo; Commercio.

La Legge 488 permette agli imprenditori di richiedere un finanziamento a fondo perduto per parte dei loro investimenti.
Per "fondo perduto" si intende una somma di denaro che il Ministero dell’Industria mette a disposizione dell’imprenditore a titolo definitivo, senza, quindi, obbligo di restituzione.
La legge 488 finanzia tutte le imprese, già costituite ed iscritte alla camera di commercio (obbligo non valido per le ditte individuali) che vogliono realizzare investimenti (quindi con spese ancora da eseguire).
Dopo le recenti modifiche, la legge 488 abbraccia quasi tutti i settori produttivi, ad eccezione del piccolo commercio al dettaglio.

Le spese finanziate dalla legge si possono sostanzialmente identificare in tutti gli investimenti in beni durevoli, materiali ed immateriali che l’azienda dovrà effettuare, a partire dal giorno successivo a quello della presentazione della domanda senza retroattività.
Sia l’acquisto diretto che tramite leasing sono ammissibili alla 488.
La descrizione delle singole spese per le quali l’impresa può accedere ai benefici previsti dalla normativa in questione, si può sintetizzare in questo modo:Spese di Progettazione e Direzione Lavori, Studi di Fattibilità economico finanziaria e di Valutazione di impatto ambientale, Oneri per le Concessioni Edilizie e Collaudi di Legge, Consulenze per l’ottenimento delle Certificazioni di qualità (UNI e ISO 9000) e Ambientali (ISO 14001 e EMAS).Tali spese sono finanziabili con il limite del 5% dell’investimento complessivo.

Per presentare domanda occorre compilare un apposito modulo, distribuito dalle banche concessionarie, accompagnato da un business plan, da una scheda tecnica, e dalla documentazione richiesta, differente a seconda del tipo di bando.

La Legge 488, dalla sua entrata in vigore ad oggi, ha concesso complessivamente 19.000 Miliardi di vecchie Lire di agevolazioni, di cui 16.000 a favore delle iniziative previste nel Sud, gli investimenti previsti da tali agevolazioni ammontano a 57.000 miliardi di Lire, 35.000 dei quali solo al Sud, mentre l’occupazione aggiuntiva prevista è di 228.667 unità.

Ad oggi risultano conclusi solo 6.800 dei 17.000 progetti finanziati, cui corrispondono 16.700 miliardi di lire in investimenti e la creazione di 79.000 posti di lavoro: nel Mezzogiorno gli investimenti già portati a termine ammontano solo al 9% di quelli previsti per l’area, mentre la quota dei posti di lavoro già realizzati è pari al 3% sullo stock di occupati.

Ciò dimostra che la Legge 488, primo provvedimento del nuovo periodo di politiche per lo sviluppo, ha avuto senz’altro degli impatti positivi e significativi per il Mezzogiorno, ma come dimostrato dai dati sopra citati tali impatti risultano ancora insufficienti a colmare il gap del Mezzogiorno rispetto al Centro- Nord .

Occorre, infine, sottolineare che la L . 488/92 si caratterizza per il fatto di essere volta ad incentivare la singola isolata impresa e non si pone in un’ottica di promozione delle politiche di rete.

IL CREDITO D'IMPOSTA

Non va dimenticata, in questa sede, l’importanza di un altro importante strumento, posto comunque al pari della L . 488 in una prospettiva di incentivazione alle singole imprese, elaborato a livello governativo per la promozione dello sviluppo del Mezzogiorno: il Credito d’Imposta. Il Credito di Imposta è un’agevolazione finanziaria competente ai soggetti titolari di reddito d’impresa, esclusi gli enti non commerciali, che, a decorrere dal periodo d’imposta in corso al 31 dicembre 2000 e fino alla chiusura del periodo d’imposta in corso alla data del 31 dicembre 2006, effettuano nuovi investimenti nelle aree territoriali individuate dalla Commissione delle Comunità europee come destinatarie degli aiuti a finalità regionale di cui alle deroghe previste dall’articolo 87, paragrafo 3, lettere a) e c), del Trattato che istituisce la Comunità europea. Il credito d’imposta è attribuito entro la misura massima consentita nel rispetto dei criteri e dei limiti di intensità di aiuto stabiliti dalla predetta Commissione. Per il periodo d’imposta in corso al 31 dicembre 2000 sono agevolabili i nuovi investimenti acquisiti a decorrere dalla data di entrata in vigore della presente legge o, se successiva, dall’approvazione del regime agevolativo da parte della Commissione delle Comunità europee. Il credito d’imposta non è cumulabile con altri aiuti di Stato a finalità regionale o con altri aiuti che abbiano ad oggetto i medesimi beni che fruiscono del credito d’imposta. Il Credito d’Imposta, quindi, consente di recuperare fino al 60% degli investimenti realizzati all’interno di un’impresa e fino a 1.200.000 di vecchie Lire al mese per ogni occupato, in termini di compensazioni tra debiti e crediti verso l’Erario, risulta immediatamente evidente come questo si pone come uno dei più potenti strumenti elaborati per lo sviluppo del Mezzogiorno.

I FINANZIAMENTI COMUNITARI

Concludendo questo percorso descrittivo di alcuni degli strumenti utilizzati e utilizzabili per promuovere lo sviluppo del Mezzogiorno bisogna soffermarsi su un’ultima, per ordine ma non per importanza, questione:

gli incentivi comunitari che costituiscono attualmente, come testimoniato dalla "Relazione sulle leggi e provvedimenti di sostegno alle attività economiche e produttive" allegata al D.P.E.F. 2001-2004, la principale fonte erogatrice di risorse finanziarie per le aree in ritardo di sviluppo e quindi per il Mezzogiorno.

Tra questi, in questa sede, se ne citano solo alcuni:

      I Fondi Strutturali (FESR, FSE, FEOGA E SFOP): strumenti finanziari di cui si avvale la Comunità Europea per perseguire l’obiettivo della coesione economica e sociale tra le varie regioni europee. Essi sono i serbatoi finanziari attraverso i quali la Comunità sostiene alcune delle politiche settoriali in campo sociale, regionale, ambientale, energetico e nella ricerca e sviluppo. Sono mirati in particolare alle politiche di correzione degli squilibri regionali. Risultano coinvolti in questa categoria: il Fondo Europeo di Sviluppo Regionale (FESR), il Fondo Sociale Europeo (FSE), il Fondo Europeo per le strutture agricole (FEOGA- orientamento e garanzia) e lo SFOP (Strumento finanziario di orientamento per la pesca);

      Il Piano Operativo Regionale (POR): il Piano Operativo Regionale 2000-2006 è stato predisposto ai sensi del Regolamento CE n. 1260/1999 per gli interventi strutturali comunitari per le regioni interessate nell’Obiettivo 1 in Italia. Esso contiene gli assi prioritari del programma, la coerenza con il quadro comunitario di sostegno corrispondente, una descrizione sintetica delle misure previste, il piano finanziari indicativo e le disposizioni di attuazione del programma;

      Il Progetto Integrato Territoriale (PIT): insieme di azioni intersettoriali strettamente coerenti e collegate tra loro che convergono verso il conseguimento di un comune obiettivo di sviluppo del territorio. I PIT non rappresentano uno strumento aggiuntivo rispetto a quelli tradizionali della programmazione negoziata e delle iniziative comunitarie ma devono essere considerati come un metodo, una pratica innovativa di organizzazione e attuazione del POR;

      Il Programma Operativo (PO): documento approvato dalla Commissione ai fini dell’attuazione di un Quadro Comunitario di Sostegno, composto di un insieme coerente di assi prioritari articolati in misure pluriennali per la realizzazione del quale è possibile far ricorso ad uno o più Fondi (POP- Programma Operativo Plurifondo) e ad uno o più degli altri strumenti finanziari esistenti, nonché alla Banca Europea per gli Investimenti. Può essere di competenza della regione (POR- Programma Operativo Regionale) o delle amministrazioni centrali dello Stato (POM - Programma Operativo Multiregionale);

      I Programmi di Iniziativa Comunitaria (PIC): interventi che la Commissione propone agli Stati membri al fine di risolvere problemi specifici presenti su tutto il territorio dell'Unione Europea. Per il periodo 2000-2006, in attuazione degli art. 20 e 21 del Regolamento (CE) n.1260/1999, sono previste 4 iniziative comunitarie, ciascuna finanziata da un Fondo strutturale: INTERREG ( inerente la cooperazione transfrontaliera, transnazionale e interregionale); URBAN ( inerente il recupero delle zone urbane in crisi); LEADER + ( inerente lo sviluppo rurale attraverso programmi di sviluppo integrati e programmi di cooperazione dei gruppi di azione locale). Essa ha sostituito LEADER II nel periodo 1994-1996; EQUAL (inerente la cooperazione transnazionale per la lotta contro le discriminazioni e le disuguaglianze nell'accesso al mercato del lavoro).

      SVILUPPO ITALIA

Il pieno utilizzo, per il Mezzogiorno - e quindi per quelle che oggi sono definite come le "aree depresse" della penisola, in quanto ormai dalla fine dell’intervento straordinario nel Sud non si parla più di Mezzogiorno ma di "aree depresse"- degli strumenti di intervento e degli incentivi offerti dal Governo può trarre un grande giovamento dall’Istituzione dell’Società Sviluppo Italia.

Con la costituzione della società Sviluppo Italia, il Governo si è dotato di uno strumento di sostegno allo sviluppo produttivo del Paese diretto, in particolare, alle esigenze provenienti dalle aree depresse. In base al Decreto Legislativo n. 1/99, la Società è stata costituita nel gennaio 1999 ed è immediatamente entrata in operatività. E' stata creata una struttura societaria holding in cui sono state ricollocate le partecipazioni nelle società di promozione - Itainvest, Insud, Ribs, Ig, Spi, Finagra, Ipi - sorte nel corso degli ultimi anni, con il fine di eliminare le sovrapposizioni funzionali che ne ostacolavano l'unitarietà d'azione.

Le diverse realtà societarie sono state riorganizzate in due società operative - Investire Italia e Progetto Italia - facenti capo alla società madre.

La Società Sviluppo Italia risulta articolata in due unità operative:

      "Progetto Italia" specializzata nella promozione di nuova imprenditorialità, con particolare attenzione alla crescita dei sistemi locali di piccole e medie imprese;

      "Investire Italia" orientata alla prestazione di servizi finanziari destinati alle imprese.

Con la direttiva del 9 giugno 1999, il Presidente del Consiglio dei Ministri ha affidato alla Società Sviluppo Italia, oltre alle funzioni di coordinamento e controllo, il compito di progettare e avviare nuove attività nei seguenti ambiti:

          Ø settori produttivi innovativi, con specifico riferimento a quelli indicati dal V Programma Quadro UE;

          Ø valorizzazione e trasferimento di innovazione nei settori agroindustriale, moda, turismo, logistica e ambiente;

          Ø valorizzazione delle risorse naturali, ambientali, culturali e umane e delle vocazioni presenti sul territorio;

Ø valorizzazione del potenziale imprenditoriale femminile e giovanile. Inoltre, nel quadro delle attività svolte dalla Società Sviluppo Italia di fondamentale importanza è l’azione volta ad aprire il sistema imprenditoriale del Mezzogiorno alle opportunità di accesso ad un sistema finanziario più forte ed articolato, nei soggetti e nelle modalità di funzionamento, attraverso il pieno sfruttamento di strumenti come ( si citano, in questa sede, solo i più noti):

      la Legge per l’Imprenditoria Giovanile;

      la Legge per l’Imprenditoria Femminile;

      l’Auto-impiego;

      la Micro-impresa:

      il Franchising.

      Anna-Maria,Teresa Pagnotta